
"Il mio cavallo mi odia (ma se sapesse parlare ...)"
Ringrazio anzitutto Horseland.it se accetterà di pubblicare questo mio contributo, che ho scritto qualche tempo fa e che mi sembra adatto allo spirito che anima l'idea di Horseland, come è spiegato nel sito.
Ho visto in molte occasioni cavalli
mostrare segni di indifferenza, insofferenza o addirittura di
aggressività di fronte all'arrivo dell'uomo. Penso sia
decisamente frustrante per l'interessato, giunto al momento di
incontrare l' "amato equino", vedersi degnare di uno
sguardo dall'altro angolo del box o del paddock,
o vedersi girare le spalle (e presentare il posteriore), o peggio
veder tirare indietro le orecchie con fare minaccioso.
Errare è umano, e dare la colpa al cavallo è ancora più umano
... anche se è evidente che il problema di relazione, perché di
ciò si tratta, è nato quasi sicuramente per colpa del bipede.
Dire quale ne sia l'esatta causa è di difficile diagnosi, tanto
più difficile se ci è ignoto il passato del cavallo, incluso il
passato che noi riteniamo talmente remoto da non poter nemmeno
rilevare.
Eppure, per una creatura abituata da secoli (e sono stati molti
di più quelli in libertà che quelli in relativa
addomesticazione) a fare della memoria di persone, cose, posti o
situazioni pericolose un fattore determinante per la propria
sopravvivenza, le esperienze del passato remoto contano -
rispetto al fine - come quelle del passato recente.
La gran parte dei cavalieri d'oggi si occupa di animali che non
ha visto nascere, e di cui non saprebbe dire quali siano state le
prime impressioni che l'essere umano ha lasciato nella loro
mente.
Diciamo subito che se l'uomo non pone particolare attenzione ai
metodi che usa per presentarsi al cavallo, il suo
"naturale" biglietto da visita lo mette già in cattiva
luce.
A differenza del cavallo, l'uomo è naturalmente un predatore, e
del predatore ha tutte le caratteristiche principali che il
cavallo può percepire coi propri sensi: a livello visivo ha
occhi posti frontalmente (che gli rendono una visione binoculare
stereoscopica preziosa per la stima della profondità di campo) e
movenze tendenzialmente lineari e decise; a livello olfattivo, ha
odori coerenti al cibo che ingerisce (certamente diverso dalla
dieta rigidamente vegetale dei predati); a livello tattile,
stringe parti delicate e vitali, come le zampe, la schiena (dal
garrese alla groppa), i fianchi.
A livello globale dimostra di avvicinarsi al cavallo per farsi
servire più che per servirlo (vi siete mai chiesti perché certi
cavalli amano i propri grooms e detestano i propri cavalieri ?).
Usa il cavallo per procurarsi divertimento, ma non si preoccupa
di procurare divertimento anche al cavallo; prospetta al cavallo
situazioni che (agli occhi di un predato, timido e claustrofobo)
significano pericolo mortale (un trailer buio e stretto
in cui infilarsi ... magari bendato, o a suon di nerbate ...)
E dunque quale calda accoglienza ci si può aspettare ?
Diciamo anche che i metodi normalmente praticati, proprio perché
"tagliano corto", non si pongono nemmeno il problema di
concepire la relazione uomo-cavallo come un'effettiva relazione,
cioè come qualcosa che può essere vissuto, visto e concepito da
due diversi punti di vista: quello dell'uomo e quello del
cavallo.
Il cavallo, a differenza dell'automobile, non è un semplice
mezzo di trasporto, né un semplice attrezzo sportivo: un cavallo
è una personalità con quattro zampe.
Che sia necessario e sufficiente "dare di gambe per
andare" e "tirare le redini per fermare" è
qualcosa che non può essere dato per scontato, ma va verificato
in base agli umori momentanei del diretto interessato, che
magari, proprio quando meno ce n'è bisogno, dimostra di essere
di contrario avviso.
Quanto sia possibile capire questi umori, fino ad influenzarli,
è stato oggetto di ricerca negli ultimi venti/trent'anni, un po'
ovunque ma soprattutto in terra americana.
Lo sforzo di Federico Caprilli di spiegare i dettami dell'
"equitazione naturale" sarebbe stato tanto più
efficace se avesse potuto avvalersi dei risultati acquisiti
dall'etologia in questi ultimi anni.
Di questi risultati stanno iniziando ad avvalersi non solo
"i puri", "gli amanti" del cavallo, ma anche
i professionisti sufficientemente intelligenti da capire, come
dice il proverbio inglese, che "horses run faster and
jump higher out of heart and desire".
Anche senza rendere la rima in italiano, questo detto ricorda che
laddove il cavallo mette la propria partecipazione (con
"cuore" e "desiderio") i risultati sono
migliori (le corse sono più veloci e i salti più alti).
Potrà sembrare l'uovo di Colombo, certamente, ma è garantito
che le implicazioni arrivano a livelli di dettaglio, profondità
e ricchezza di risvolti psicologici che sono sconosciuti, e come
tali non praticati, nella maggior parte degli ambienti equestri,
specie laddove resistono ben radicate le tradizioni secolari,
quelle che proprio l'ignoranza sull'animale ha permesso
affermarsi.
Quali sono le basi per una relazione serena e positiva
all'interno del binomio ?
Per esigenze di semplificazione del discorso, le ridurremo a due:
1) la "fiducia", che opporremo alla "paura";
2) il "rispetto", che opporremo alla
"rivolta".
1) La fiducia.
Per fidarsi di un uomo, un cavallo ha necessità di veder
attenuati, se non eliminati, i tratti naturali del predatore
(quelli di cui si diceva poc'anzi); se non quelli
"fisici", almeno quelli comportamentali.
Per ottenere questo, l'uomo ha una prima, grande opportunità:
quella di sfruttare il periodo della vita in cui il cavallo ha
maggior disposizione ad apprendere, e cioè le prime ore, i primi
giorni, le prime settimane dopo la nascita.
Per merito di coloro che hanno studiato ed applicato le teorie
scientifiche di Konrad Lorenz al cavallo, sono state sviluppate
tecniche di imprinting del puledro neonato in grado di
inseguire alcuni scopi fondamentali:
- creazione di un legame affettivo permanente tra il puledro e
l'uomo, che si aggiunge ma non si sostituisce a quello con la
fattrice;
- desensibilizzazione rispetto a stimoli e/o procedure
potenzialmente allarmanti collegati alla presenza dell'uomo
(ferratura, sellatura, tosatura, sverminazione, esposizione a spray,
materiali plastici, caricamento su trailer o van,
ecc. ecc.);
- sensibilizzazione rispetto a stimoli usati in funzione di
comando: conduzione e stazionamento alla lunghina, spostamento
dei posteriori, spostamento degli anteriori, retromarcia.
Un approccio naturale esiste comunque anche in relazione a
cavalli già adulti (inclusi quelli "problematici").
Non è questa la sede per una spiegazione dettagliata dei metodi
(che devono essere visti, studiati e praticati dal vero: un'ora
su internet non è mai come un'ora con il cavallo ...),
tuttavia chi abbia visto mettere in pratica le tecniche di join-up
di Monty Roberts, il round-pen reasoning di John Lyons,
o i seven games of dominance di Pat Parelli può
testimoniare di mutamenti comportamentali nell'atteggiamento di
un cavallo verso un uomo che accadono, stante la competenza
dell'uomo, in un arco di tempo incredibilmente rapido.
Chi scrive è stato testimone prima e sperimentatore poi di
queste tecniche, potendo confermare personalmente e praticamente
la validità di questi metodi, ed è disposto ad offrire, a chi
gliene faccia richiesta, maggiori informazioni e dettagli.
Sta di fatto che il primo traguardo, non banale né scontato,
consiste nell'aver eliminato, od almeno attenuato, l'istintiva
diffidenza del cavallo (naturale preda) verso l'essere umano
(naturale predatore) e le sue richieste e situazioni, ponendolo
in un atteggiamento di tendenziale e motivata fiducia, ossia
nell'aver cambiato una serie di validi "perché non stare
col mio uomo" in una serie di validi "perché stare col
mio uomo" (a noi dovrebbe già correlativamente essere
chiara una serie di validi "perché stare col mio
cavallo" ... o no ?).
2) Il rispetto.
Il secondo traguardo, non meno difficile, consiste nell'ottenere
il rispetto del cavallo.
Possiamo immaginare quale ruolo abbia il rispetto del cavallo
verso il cavaliere ai fini dellobbedienza e dei risultati
del binomio pensando alle chances di efficace educazione che ha
un genitore che non è rispettato dai propri figli, o di un
insegnante che non è rispettato dai propri studenti.
Con cosa ha a che fare il rispetto ? Il rispetto ha
essenzialmente a che fare con lautorevolezza con cui si
impersona un dato ruolo. Colui che ricerca il rispetto del
cavallo si deve chiedere chi è il destinatario naturale di tale
rispetto. La risposta implica la comprensione
dellimportanza del "fattore gerarchia" nella vita
di un animale sociale (cioè votato alla vita di collettività,
in branco) come è il cavallo.
La gerarchia è tutto nella vita equina di relazione. Non è
concepibile un insieme "anarchico", ed allo stesso
tempo equilibrato, di cavalli. A partire dalla spartizione del
cibo, dellacqua, dei posti più caldi, più freschi o più
sicuri, la gerarchia di branco serve a risolvere ogni contrasto,
spesso prima ancora che nasca, e questo perché cè stata
una iniziale "presa di posizione" tra i soggetti, che
ne ha determinato linquadramento gerarchico. Ogni
proprietario di più cavalli, che ne abbia osservato la vita
sociale (nelle condizioni in cui essa può svolgersi), sa bene
quale sia la gerarchia del proprio branco, dal membro alfa (il
primo) al membro omega (lultimo).
Ebbene, dopo aver accettato di non temere più il predatore che
cè nelluomo, per il cavallo nasce spontanea
lesigenza di assegnare un "grado" al partner
bipede.
Dominante o dominato ?
I cavalli sono esperti nel mettere alla prova le nostre reazioni
di fronte alle loro provocazioni; giocano coi loro movimenti una
partita a scacchi per vedere chi tiene il posto e chi lo perde;
scoprono che - in linea di massima - siamo meno veloci, meno
agili e meno scattanti di loro. E quindi difficilmente possiamo
ricoprire ai loro occhi le caratteristiche proprie di un
"membro alfa".
Il vero, più profondo, motivo per cui lequitazione di alta
scuola contempla una importante fase di lavoro da terra, è
perché riconosce - più o meno consapevolmente - che il rispetto
del cavallo, elemento primario dellobbedienza e della
collaborazione efficace, va ottenuto anzitutto da terra, e quindi
dalla sella.
Chi si spinge più in là ancora non esita ad affermare che il
rispetto vero e pieno del cavallo si ottiene da terra, o non si
ottiene del tutto.
Conseguentemente i moderni metodi di equitazione naturale
contemplano fasi assai importanti di preparazione del cavallo da
terra; sebbene descritte in vario modo e con obiettivi dichiarati
apparentemente diversi, queste tecniche non sono altro che la
riproduzione artificiale del linguaggio corporale con cui i
cavalli affermano tra loro la dominanza, secondo alcuni principi
essenziali: la dominanza è controllo del movimento altrui; è
far muovere chi vorrebbe star fermo, o fermare chi vorrebbe
muoversi; la dominanza è controllo dellandatura e della
direzione. Il dominante tocca chi, dove e quando vuole, e si
lascia toccare solo da chi, dove e quando vuole. Il dominante si
muove meno del dominato, e mantiene una posizione
"nucleare"; il dominato si muove di più ed è
confinato in posizione "satellitare".
Se mi è consentito fare una piccola morale di fronte alla
diffusione di queste conoscenze, in Italia - ahimé - ancora
embrionale, devo dire che allinizio non avrei mai pensato
che lequitazione, se riempita di significato e profondità
di speculazione, avrebbe potuto risultare così ricca,
affascinante e ... facile.
Facile perché il possesso non di arti magiche, ma delle giuste
chiavi (latteggiamento, la conoscenza, gli strumenti, le
tecniche, il tempo e limmaginazione) consente davvero
lapertura di spazi per la comunicazione tra uomo e cavallo
che rimangono, in alternativa, davvero chiusi. Ho visto puledri
del tutto bradi accettare luomo in sella ad ogni andatura
in circa tre quarti dora; ho visto cavalli impennarsi alla
sola vista di un trailer e poi salirci volentieri sopra
(con luomo a terra !) dopo neanche unora; ho saputo
che molti problemi comportamentali, inclusi i più gravi, sono
stati risolti senza violenza, in meno di quarantottore.
Ho ritenuto tutte le mie precedenti esperienze equestri di valore
praticamente nullo, di fronte allincapacità di portarmi
laddove altri linguaggi osano spingersi e giungono, non senza un
po di impegno, con relativa facilità.
Ho raccolto la provocazione ed ho saltato lultimo ostacolo,
quello dellimmobilismo, dello scetticismo e
dellincredulità.
E ho cominciato, finalmente, a scoprire cosa cè dentro la
mente dei miei amici cavalli, fino a sapere che nessun cavallo
arriva davvero a nutrire indifferenza, antipatia o addirittura
odio per un uomo.
Se solo potesse parlare e spiegargli il perché ...
(Eugenio R.)